Tame Impala @ Teatro Romano (VR), 28 agosto 2015

Con un mio caro amico sono stato negli ultimi anni ad un concerto di un genere che di questi tempi sta prendendo sempre più piede tra i curiosi musicali, il dream pop. Quella volta furono i Beach House a Bologna, concerto caleidoscopico da catalessi tra le nuvole.

Venerdì invece è successo che mi trovassi al teatro romano di Verona per sentire i Tame Impala, di cui tutti parlavano gran bene. Premetto che dei tre album pubblicati ho ascoltato solamente il primo (“Inner Speaker”), e l’ho trovato parecchio interessante soprattutto per l’attitudine low-fi ed una certa originalità nei riff e negli arrangiamenti.

La location del teatro è a dir poco stupenda, così come l’acustica e la facilità con cui si riesce a creare un legame con i musicisti che si esibiscono. Credo infatti che la performance di chiunque non possa che essere positivamente influenzata dalle emozioni che si ricevono dagli spettatori circondati dalla pietra.

Il tizio in apertura suona un set minimale composto di chitarra elettrica (distorsioni fuzz con echi caotici quanto basta), voce e basi elettroniche (drum machine/bassi sintetici). In una ventina di minuti riesce abilmente a catturare il pubblico con un suono che via via si fa più convincente e catartico; verso la fine dei venti minuti di esibizione i tecnici si ricordano addirittura di accendere le luci di scena e l’ultima canzone risulta essere la più riuscita ed apprezzata. Scopro poco dopo che il musicista, tale Nicholas Allbrook, è un ex-membro dei primi Tame Impala.

Cala il buio ed arriva finalmente la band principale. In un nanosecondo tutti in piedi, parecchia gente della gradinata non numerata superiore scende ai piedi del palco per partecipare al rito collettivo.

Non conoscendo bene le canzoni mi limiterò a descrivere le sensazioni che si respirano a questo tipo di concerti: non ci sono spazi o pause nelle canzoni dei Tame Impala, tutto è una super nenia interminabile al sapore di zucchero.

I Tame Impala si esibiscono in cinque e suonano di brutto, hanno una piena coscienza dei concetti di climax sonoro e di atmosfera. Con maestria riproducono dei suoni artefatti ed eterei che ti portano in un’altra dimensione, un concerto da ascoltare ad occhi chiusi nuotando nell’aria.

Ho percepito uno spettro sonoro molto pieno e saturo; le canzoni degli ultimi due album sono meno rock di “Inner Speaker” ed hanno delle sonorità decisamente sognanti, da qui l’accostamento ai Beach House. La principale differenza rispetto a questi ultimi è che la presenza di un’intera band rende l’impatto decisamente più forte.

Il concerto mi ha decisamente appagato, così come vedere che il pubblico fosse eterogeneo, educato e con un buon equilibrio tra ragazzi (e tagliatevele quelle barbe..) e ragazze. Il teatro romano si dimostra ancora una volta una location perfetta per l’alternative, come in passato è stato per Anna Calvi o i Mumford and Sons. Spero che in futuro si possano vedere sempre più concerti del genere, personalmente spezzo una lancia in favore di St. Vincent.

Un’ultima considerazione sul prezzo della birra: non potete mettere 5€ per una bottiglia, va contro i diritti umani!

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